Jennifer's profileJenniferPhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    November 06

    Discussione su AD OXFORD CANCELLANO IL NATALE...ED I MUSULMANI SI STUPISCONO! (da "Avvenire" del 4.11.2008)

     

    Citazione

    AD OXFORD CANCELLANO IL NATALE...ED I MUSULMANI SI STUPISCONO! (da "Avvenire" del 4.11.2008)
    Cari amici, un'altra notizia un pochino triste... La tolgo - per inserirla qui - dal quotidiano "Avvenire" dello scorso martedì 4 novembre. Ci pensiamo su, senza giudicare, per poter crescere. Attendo qualche commento, se volete. A presto!
     
     
    A OXFORD CANCELLANO IL NATALE. E I MUSULMANI SI STUPISCONO
    Davide Rondoni
     
    Ci si po­trebbe ridere sopra. E invece no. Perché chi prova ad uccidere le parole è spesso un assassino peggiore di chi, magari in situazioni estreme, uccide un uomo. E ora vogliono uccidere Christmas. Vogliono cancellare questa parola. A Oxford, cittadina nota per le sue università sapientissime, il consiglio comunale ha deciso che quest’anno il Natale, per essere più inclusivo, cancellerà la parola Christmas per chiamarsi festival della luce o qualcosa del genere. Uno dei leader di coloro da includere, la comunità musulmana, ha bollato la cosa come “ridicola”. Ma i capi della città dei saggi hanno deciso di procedere ugualmente. E togliere quindi quella parola. Perché in quella parola c’è qualcosa che dà fastidio. C’è Christ che dà fastidio. Si fanno fuori le parole per far fuori la realtà. Si cancella Christmas per provare a cancellare Christ. Ci si potrebbe ridere sopra. E infatti il capo musulmano ci ride sopra. Ride della dabbenaggine, della malevolenza dei capi della città dei saggi. Ma la faccenda è seria. Non è un caso che queste cose avvengano nelle città dei saggi. Sono sempre loro a non sopportare Christ. Sono loro, i saggi di ogni epoca, a non sopportare quel nome che - è scritto - è sopra ogni altro nome, compreso quello stampato sui loro libri, sopra le firme svolazzanti con cui guadagnano fama su giornali ed enciclopedie. Quel nome. Che dà fastidio perché ricorda che la signoria del mondo non è nelle nostre mani, per quanto raffinate e ben curate. Ricorda che il Lord, il vero Lord, è Lui. Non viene in mente al popolo di togliere, di uccidere Christ. A meno che il popolo non sia sobillato dai saggi. Come avvenne la prima volta, nel piazzale del Sinedrio o fuori dal palazzo di Pilato. Ma non viene in mente nelle favelas di San Paolo o nei ranchitos orrendi di Caracas di cancellare la parola Christ. Magari in quelle vie strette dove si irradia ogni genere di delitto lo si tradisce e lo si bestemmia. Ma nessuno del popolo vorrebbe cancellare la parola Christ. La vogliono cancellare i saggi. Quelli che scrivono libri. Che hanno il loro nome in caratteri d’oro o di ottone fuori dalle porte degli studi. Che se vai su Google hanno mille pagine che riportano il loro nome.  Sono questi che non sopportano più il nome di Christ, e trovano ogni scusa, compreso l’inclusione di quelli che invece non lo vogliono cancellato. E che se la ridono di questa saggezza anticristiana dell’Europa. E ci prendono in giro per questo. Ma quel nome non verrà cancellato dalla banalità di una delibera. Dalla burocrazia saccente e violenta mascherata da tolleranza. Quel nome risorge a Oxford. Nelle preghiere o nelle invocazioni. Nella vita. Perché sempre cercano di cancellare il Suo nome dolce e meraviglioso, il Suo nome che è scritto con tutti i pianti e tutti i sorrisi del mondo. Lo vorrebbero cancellare dai documenti, dai libri, dai manifesti, dai calendari, ma sempre il suo nome risorge nella vita del suo popolo. Come sono ridicoli questi notai del niente. Come splende ancora più luminoso il Suo nome.

    October 29

    Che scempio...

    Ieri 28 Ottobre 2008 alle 17.24
    Non si tratta della solita catena di Sant'Antonio bensì di un appello promosso dall'AIL contro le emissioni di diossina a Taranto.
    Qualche giorno fa questo sito è stato oscurato perchè le oltre 8000 firme raccolte davano fastidio a qualcuno.
    Vi invito a firmare e a mandare questo messaggio a quanta più gente possibile, grazie!

    Firma l'appello promosso dall'AIL:
    http://www.ail.taranto.it/ail_home.php

    Leggi l'articolo pubblicato qualche giorno fa sul Corriere della Sera inerente all'inquinamento di Taranto:
    http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_21/fumo_diossina_3e4495ce-9f40-11dd-b0d4-00144f02aabc.shtml


    Infine la puntata di "Malpelo" programma de LA7 condotto dalla ex Iena Alessandro Sortino che ha realizzato un servizio sull'inquinamento dell'ILVA.
    http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=repliche&video=18259
    AIL sezione TARANTO
    Fonte: www.ail.taranto.it
    è l’unico inalienabile e non comprimibile!Lo Stato italiano e gli Enti localinon possono restare inerti dinanzi a questo scempio!AIL sezione TARANTO
    Fonte: www.ail.taranto.it
    è l’unico inalienabile e non comprimibile!Lo Stato italiano e gli Enti localinon possono restare inerti dinanzi a questo scempio!


    MALPELO - Salute e lavoro: il caso Taranto

    Taranto è una città che vive grazie alla sua industria siderurgica. All’Ilva lavorano infatti 13mila operai più quelli dell’indotto.

    Ma Taranto è una città che vive praticamente dentro l’industria siderurgica . Le colline di carbone e di ferro, materia prima per fare l’acciaio, sono a pochi metri dalle case del quartiere Tamburi . La gente vive immersa nella polvere.

    A Taranto oltre alla più grande industria siderugica d'Europa, l'Ilva, c’è anche una raffineria, un cementificio e un inceneritore.

    Secondo le stime dell’ARPA Puglia l’Agenzia Regionale per l’Ambiente, il sistema industriale di Taranto ha scaricato sulla città 170 grammi di diossina in un anno, mentre le emissioni dichiarate dall’Ilva al registro INES nel 2005 si attestano a 93 grammi.

    Il totale delle diossine dichiarate al registro INES da tutti gli impianti industriali italiani nel 2005 è stato di 103 grammi, il che significa che 93 grammi su 103 è solo la fetta di inquinamento del siderurgico di Taranto.

    Dalle rilevazioni fatte dall’ARPA tra il 2003 e il 2006 a Taranto questi inquinanti sono presenti in livelli elevatissimi rispetto alle altre città d’Italia.

    Infine l’allarme diossina, scattato ad aprile scorso dopo che l’associazione Peacelink ha fatto analizzare un formaggio prodotto da un’azienda agricola locale, in cui è stata trovata una concetrazione di diossina superiore a quella tollerata per norma di legge.

    Sulla base dei controlli a tappeto effettuati dal Dipartimeto di prevenzione dell’Asl di Taranto , si è quindi deciso di procedere all’abbattimento di 1200 pecore.

    Secondo i medici a Taranto i tumori aumentano più che nel resto d’Italia, ma fino ad oggi la paura di perdere i posti di lavoro ha frenato un intervento deciso delle istituzioni. Ci sarebbe un 30% in più di leucemie acute, mielomi e linfomi, ma perché il dato possa essere definito statistico servirebbe un registro tumori.

    A Taranto però non c’è un registro tumori.

    Il caso Taranto mette in risalto un’altra anomalia italiana. Sulle diossine il nostro legislatore ha indicato come parametro massimo un livello almeno cento volte superiore al consentito in Europa. Solo il Friuli Venezia Giulia si è adeguato ai parametri europei.

    Infine ci sono le sentenze della magistratura. Sui parchi minerari, le collinette di polvere di ferro e carbone attaccate alle case, nel 2005 la Cassazione si è espressa confermando la condanna di primo e secondo grado nei confronti dei Riva, proprietari dello stabilimento.

    October 23

    Il Grande male

    Un olocausto poco politically correct
    Il “Grande Male”

    Così gli armeni chiamano l’olocausto del loro popolo: il genocidio di un milione e mezzo di persone quasi cancellato dalla memoria storica dell’Occidente. Era il 1915 quando gli armeni finirono schiacciati nel gigantesco scontro geopolitico tra imperi e nuove potenze che stava cambiando il mondo

    di Giovanni Ricciardi

     

          

    Le immagini qui raccolte sono alcune delle 80 istantanee che l’ufficiale tedesco di sanità Armin T. Wegner scattò clandestinamente in Anatolia tra il 1915 e il 1916, accompagnandole con materiale documentario. Sono in pratica le uniche, eccezionali testimonianze fotografiche della deportazione e del genocidio degli armeni
         Estate 1915. Mentre infuria il primo conflitto mondiale, nella parte orientale dell’Impero ottomano si consuma silenziosamente una delle tragedie più terribili nella storia del XX secolo: il genocidio degli armeni, progettato e messo in atto dai turchi con una premeditazione e una ferocia inaudite. Scarsissime le notizie che filtrano oltre confine, pochi i testimoni oculari in grado di fornire un quadro dei concitati avvenimenti di quei mesi. Avvenimenti che in seguito sarebbero quasi scomparsi dalla memoria storica dell’Occidente, fugacemente accennati nei libri di storia, nonostante le impressionanti dimensioni e la gravità dei fatti. In breve, tra il 1915 e il 1917, il governo turco dispose e mise in atto lo sterminio dell’intera popolazione armena. ûlla fine della guerra, dei circa due milioni e 100mila armeni residenti nelle province dell’Impero ne restavano in vita solo 600mila. Un popolo sopravvissuto a secoli di dominazioni straniere giunse in pochi mesi alla soglia dell’annientamento.Ma qu]st’evento fu il punto d’arrivo di una dinamica geopolitica che ha radici lontane nel tempo.
         Il primo regno cristiano
         della storia
         L’Armenia è una regione situata tra l’Eufrate e il Caucaso, gravitante intorno ai laghi di Van, Sevan e Urmia. Gli armeni, d’origine indoeuropea, vi giunsero intorno al VII secolo a.C., fondendosi con l’elemento autoctono. Il loro nome (armenioi) era già noto allo storico greco Erodoto, che li accomuna ai Frigi. Dopo aver subito la dominazione persiana e quella macedone, costituirono un regno indipendente, sotto la dinastia degli Artassidi, nel II secolo a. C. Questo regno finì poi per gravitare nell’orbita dell’Impero romano, al quale, pur mantenendo una propria indipendenza, dovette cedere una parte del territorio, la cosiddetta Armenia minore. Nel 301 d.C., ancora prima dell’editto di tolleranza promulgato da Costantino il Grande, il re Tiridate III adottò il cristianesimo come religione di Stato e costituì così il primo regno cristiano della storia. Con il declino dell’Impero romano, gli armeni caddero sia sotto l’influenza di Bisanzio, sia sotto quella persiana, infine subirono, dal VII secolo, la dominazione araba, conservando però sempre una forte identità cristiana e costituendo una Chiesa nazionale. Ancora per brevi periodi, durante il medioevo, gli armeni riuscirono a ricostituire regni autonomi ma, dal XVI secolo in poi, gran parte del loro territorio cqdde sotto la dominazione dei Turchi ottomani. Essi rimasero così isolati anche geograficamente dal resto della hristianitas.
         Sudditi cristiani dell’Impero ottomano, gli armeni non godevano dei "diritti civili" riconosciuti ai musulmani. Non avevano titolo al possesso della terra, ma dovevano allo Stato un’imposta fondiaria, e la loro parola non costituiva testimonianza valida nei tribunali dove era in vigore la sharia. Nonostante questa condizione d’inferiorità, che condividevano con altri cristiani — greci, bulgari, rumeni, assiro-caldei, serbi e macedoni — e con gli ebrei, la loro identità non era messa in discussione dai sultani turchi.
          
         Ingerenze umanitarie
         Gli avvenimenti politici e militari del XIX secolo, che sfociarono nella dissoluzione dell’Impero ottomano al termine della prima guerra mondiale, cambiarono però radicalmente i rapporti tra gli armeni e i loro dominatori. Sotto la spinta di questi eventi, si andava preparando la scena finale di un dramma i cui autori sono da ricercare, oltre che all’interno dell’Impero ottomano, anche nelle cancellerie e nelle corti d’Europa, soprattutto in quella degli zar.
         A partire dal XVIII secolo la formidabile compagine dell’Impero ottomano entra in crisi. Le potenze europee assumono nei confronti del "grande malato" un atteggiamento contraddittorio. Da un lato, favoriscono il sorgere dei nazionalismi nei Balcani, allo scopo di sottrarre all’Impero i possedimenti europei. Dall’altro, esitano a sbarazzarsi del "gigante dai piedi d’argilla", nel timore che la Russia zarista approfitti del vuoto per espandersi sul versante caucasico. Del resto, gli zar non nascondevano propositi d’espansione in questa direzione ai danni della Sublime Porta.
         Nel 1876 sale al potere il sultano Abdul Hamid. All’inizio del suo regno i russi infliggono una grave sconfitta all’Impero nelle regioni del Caucaso abitate dagli armeni. Nel successivo Congresso di Berlino (1878), gli zar inseriscono una clausola che permette loro di esercitare un diritto di "protezione" nei riguardi degli armeni, in quanto cristiani. S’inaugura così un principio di "ingerenza umanitaria" che risulterà nefasto per la nazione armena, fino allora considerata il millet-y-sadyka, "la comunità più fedele". I sospetti di collaborazionismo col nemico iniziano a serpeggiare, insieme con il risveglio del sentimento nazionale armeno.
         Gli armeni, in realtà, non vagheggiavano sogni d’indipendenza o addirittura d’annessione alla cristiana Russia. Gelosi della propria autonomia e identità, non spingevano tuttavia per staccarsi dall’Impero. Nella loro middle class cominciava però a farsi strada la volontà di rivendicare quei diritti civili negati per secoli. Interprete di questo movimento fu anche il patriarcato armeno di Costantinopoli, che contribuiva a rappresentare la causa armena sulla scena internazionale.
         La sfida di Hamid
         In questo stato di cose, il sultano Abdul Hamid, soffiando sul fuoco dei sospetti e sfruttando il pretesto di alcuni attentati provocati da nazionalisti armeni, diede il via, tra il 1894 e il 1896, a una serie di massacri, servendosi per lo più di reggimenti di cavalleria formati da curdi. Le vittime furono circa 300mila, senza contare le migliaia di conversioni forzate all’islam. Il dado era tratto. L’Impero era pronto a misurare sulla pelle degli armeni le reali intenzioni dei suoi nemici storici. Dalle cancellerie dell’Occidente e dalla Russia vennero solo dichiarazioni d’indignazione e solidarietà, ma nulla più. Il sultano aveva saggiato la debole consistenza della "protezione" di cui godevano teoricamente i suoi sudditi cristiani. Questi massacri ebbero d’altra parte l’effetto di rafforzare tra gli armeni i sentimenti antimperiali, alimentando l’azione di quelle frange che fomentavano la resistenza armata contro i turchi, e che si coalizzarono nella nascente Federazione rivoluzionaria armena.
          
         I Giovani Turchi
         Il sacrificio degli armeni non servì a restituire ossigeno all’Impero agonizzante. Sul principio del secolo, infatti, i possedimenti ottomani in Europa si ridussero a un fazzoletto di terra intorno a Costantinopoli. L’Impero venne così a perdere la sua connotazione multietnica.
         Esaurita la funzione storica del sultanato, una nuova forza cerca di restituire vigore alla compagine statale. Sono i cosiddetti Giovani Turchi, organizzati nel partito Unione e Progresso (Ittihad ve Terakki), che assume il potere nel 1908. La loro "modernità" li rende ben accetti agli europei. Proclamano di voler riformare l’Impero, laicizzando le sue istituzioni, e impongono al sultanato un regime costituzionale. "Democratizzare", appianare le diversità di trattamento tra i sudditi della Sublime Porta: gli armeni stessi all’inizio sono attratti da questa prospettiva. Ma le sirene riformatrici nascondono una realtà meno presentabile: una versione radicale di nazionalismo, inconciliabile con il vecchio potere. Il panturchismo dei Giovani Turchi vede nell’esaltazione del sentimento nazionale la via per restituire orgoglio e unità a un Impero sfilacciato. Risorge il mito di Turan, leggendario capostipite dell’etnia turca, e l’idea di ricomporre sotto la sua egida tutti i popoli che si riconoscono nella lingua, nella religione e nella razza turca. Questi popoli vivono a Oriente, nelle regioni che vanno dal Caucaso all’Asia centrale: uzbeki, tagiki, kazaki e azeri. L’Impero, umiliato a ovest, guarda ormai a est. E a est, a frapporsi fra i turchi e le etnie che si riconoscono in Turan, ci sono, oltre ai curdi, gli armeni. Ma, nella propaganda dei Giovani Turchi, sono soprattutto gli armeni a rappresentare un pericolo. Sono cristiani, sono implicitamente alleati delle potenze europee, sono a forte rischio di "secessione", come insegnavano i recentissimi avvenimenti, che avevano visto la nascita di una Bulgaria e di una Serbia indipendenti.
         Nel congresso del partito Unione e progresso del 1912 viene adottata una risoluzione che prevede la "turchificazione" di tutti i residenti nell’Impero e segnatamente delle popolazioni cristiane. Turchificazione che "non potrà mai essere realizzata con mezzi persuasivi, ma solo con la forza delle armi".
          
         Metz Yeghérn:
         il "Grande Male"
         Già nel 1909 il partito Ittihad aveva orchestrato una prova generale di quanto stava per compiersi di lì a poco, organizzando il massacro di 30mila armeni residenti in Cilicia. Gli armeni s’illusero di vedervi solo un rigurgito della vecchia politica del sultanato. Gli europei, da parte loro, mostrarono di non volerne creare un caso, troppo preoccupati di mantenere in vita il vacillante Impero. Iniziava così quello che gli armeni chiamano Metz Yeghérn: il "Grande Male", un’espressione che indica insieme il male fisico e morale, la tortura e il dolore di un popolo.
         Nel 1913, esautorando quasi completamente il sultanato, i Giovani Turchi inaugurano una dittatura militare in cui spiccano tre figure dominanti: Djemal, Enver Pascià e Talaat Pascià, futuri ministri della Marina, della Guerra e dell’Interno. In seno al partito Unione e progresso si teorizza e si pianifica la "soluzione finale" della questione armena. Viene messa in piedi a questo scopo una "Organizzazione speciale" guidata da due medici, Nazim e Beheaddine Chakir. Al loro servizio, bande di irregolari, detenuti per crimini comuni nelle carceri turche, vengono organizzati in squadre del terrore.
         Per giunta, nel febbraio del 1914, la Russia costringe i turchi a firmare un trattato che impone loro il controllo di ispettori stranieri sulle province armene, a tutela della minoranza cristiana.
         Alla vigilia della guerra, gli armeni, che dal 1909 erano stati ammessi al servizio militare, chiedono al governo turco di mantenere la neutralità, ma, in caso di intervento, si dichiarano pronti a servire fedelmente l’Impero ottomano. La gran parte dei maschi adulti si arruola nell’esercito. Il governo turco, nell’estate del 1914, in previsione dell’intervento, chiede agli armeni di impegnarsi a suscitare ribellioni tra i loro connazionali che vivono al di là del confine, in territorio russo. La richiesta appare ai dirigenti armeni troppo compromettente, e non se fa nulla.
         La guerra per i turchi si apre, nell’inverno del 1914, con la campagna contro i russi. Teatro degli scontri, il Caucaso. La disfatta degli ottomani su questo fronte è pressoché totale. La III Armata turca è annientata a Sarikamish il 15 gennaio 1915. I turchi additano gli armeni come responsabili della disfatta. I russi sono penetrati in territorio turco sotto la guida di quattro legioni formate da armeni sudditi dello zar, che ben conoscono l’intricato labirinto delle montagne armene. Gli armeni di Turchia non sono complici di questa strategia. Ciononostante, l’accusa di tradimento è la molla che fa scattare un piano di sterminio premeditato da tempo, e ora favorito dalla situazione internazionale.
          
         24 aprile: il giorno
         della memoria
         Gli armeni celebrano il 24 aprile come "giorno della memoria". In quella data, nel 1915, fu eseguito l’arresto di cinquecento tra notabili e intellettuali armeni di Costantinopoli. Essi furono deportati verso l’interno e uccisi. Fu così decapitata l’intellighenzia del popolo. Ma già dal gennaio di quell’anno lo sterminio degli armeni che militavano nell’esercito era a buon punto. Essi vengono inizialmente privati delle armi. Ridotti in squadre di 300 o 500 unità, sono utilizzati per alcuni mesi per compiere lavori pesanti: "Invece di servire la loro patria come artiglieri o cavalleggeri" scrisse Henry Morgenthau, ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Impero ottomano, "questi soldati scoprono improvvisamente di essere spaccapietre per lavori stradali e bestie da soma. I pezzi di artiglieria e le munizioni vengono caricati sulle loro spalle, i giovani armeni di leva incespicano sotto i carichi, spinti dalle frustate e dalle baionette dei turchi, forzati a trascinare i loro fardelli verso le montagne del Caucaso. Alle volte devono farsi strada, caricati oltre misura, con la neve fino alla cintola".
         Terminata questa fase, i soldati vengono sistematicamente eliminati dalle squadre delle Organizzazioni speciali. Nell’estate del 1915 tutti gli armeni arruolati sono stati già passati per le armi.
         Nei distretti orientali rimangono ormai solo donne, vecchi e bambini. Anche per loro la sorte è segnata. Ufficialmente il governo turco emana, il 24 giugno, un ordine di trasferimento delle popolazioni civili armene dal teatro dei combattimenti verso zone più sicure. In realtà, un viaggio verso il nulla.
          
         In viaggio
         verso il nulla
         Deir ez-Zor è una località nel deserto della Siria, non distante da Aleppo. Fu il capolinea della morte per centinaia di migliaia di armeni, tra il giugno del 1915 e il luglio del 1916. Assaliti durante il viaggio dalle bande della Organizzazione speciale di Nazim e Chakir, lasciati per giorni senza cibo o costretti a marce forzate, erano pochi, in proporzione, quelli che giungevano alla infame destinazione, dove avrebbero comunque trovato la fine.
         Le stragi iniziavano a partire dai villaggi di provenienza. Così ricordava quei giorni Giacomo Gorrini, console generale d’Italia a Trebisonda e testimone oculare dei fatti: "Dal 24 giugno" — raccontava in un’intervista apparsa sul quotidiano romano Il Messaggero il 25 agosto 1915 — "giorno della pubblicazione dell’infame decreto, fino al 23 luglio, giorno della mia partenza da Trebisonda, io non avevo dormito: non avevo mangiato più, ero in preda ai nervi, alla nausea, tanto era lo strazio di dover assistere ad una esecuzione in massa di creature inermi, innocenti. Il passaggio delle squadre degli armeni sotto le finestre e davanti la porta del consolato, le loro invocazioni al soccorso senza che né io né altri potessimo fare nulla per loro, la città essendo in stato d’assedio, guardata in ogni punto da 15mila soldati in pieno assetto di guerra, da migliaia di agenti di polizia, dalle bande dei volontari e dagli addetti del comitato Unione e progresso; i pianti, le lacrime, la desolazione, le imprecazioni, i numerosi suicidi, le morti subitanee per lo spavento, gli impazzimenti improvvisi, gli incendi, le fucilate in città, la caccia spietata nelle case e nelle campagne; i cadaveri a centinaia trovati ogni giorno sulla strada dell’internamento, le giovani donne ridotte a forza musulmane o internate come tutti gli altri, i bambini strappati alle loro famiglie o alle scuole cristiane e affidati per forza alle famiglie musulmane, ovvero posti a centinaia sulle barche con la sola camicia, poi capovolti e affogati nel mar Nero o nel fiume Dére Méndere, sono gli ultimi incancellabili ricordi di Trebisonda, ricordi che, ancora, a un mese di distanza, mi straziano l’anima, mi fanno fremere".
         All’ambasciatore Morgenthau, che protestava invano per quest’immane disegno criminoso, Talaat Pascià rispondeva: "Perché v’interessate tanto agli armeni? Voi siete ebreo e questa gente è cristiana. I musulmani e gli ebrei si capiscono meglio".
          
         Una tragica
         testimonianza
         Henry Morgenthau era nato a Mannheim nel 1856 da famiglia ebrea. Trasferitosi in America, divenne avvocato di successo e membro del Partito democratico. Fu nominato ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Impero ottomano nel 1913, all’indomani dell’elezione del presidente Wilson. Alla fine del conflitto, nel libro di memorie Ambassador Morghentau’s Story, dedicò un lungo capitolo al genocidio armeno (The murder of a nation), preziosissimo per la ricostruzione storica dei fatti. Così descrive le deportazioni di cui fu testimone oculare: "Alla partenza, questi disgraziati assomigliavano ancora a degli esseri umani, ma dopo qualche giorno, quando la polvere della strada aveva imbiancato le facce e i vestiti, e il fango si era indurito sulle gambe e sui piedi, distrutti dalla fatica e annichiliti dalla brutalità dei loro "protettori", avevano l’aria di animali strani e sconosciuti. Durante circa sei mesi, dall’aprile all’ottobre del 1915, quasi tutte le grandi vie dell’Asia Minore erano intasate da queste orde di esiliati. Si poteva vederle affollare le valli, o scalare i fianchi di quasi tutte le montagne, marciando e marciando sempre senza sapere dove, se non che ogni sentiero conduceva alla morte. Villaggi dopo villaggi, città dopo città, furono spogliati della loro popolazione armena, in condizioni simili. Durante questi sei mesi, da quanto si può sapere, circa 1.200.000 persone furono indirizzate verso il deserto della Siria. "Pregate per noi", dicevano, abbandonando i focolari che 2.500 anni prima avevano fondato i loro avi. "Non torneremo mai più su queste terre, ma noi ci ritroveremo un giorno. Pregate per noi!". Avevano appena abbandonato il suolo natale che i supplizi cominciavano; le strade che dovevano seguire non erano che dei sentieri per muli dove procedeva la processione, trasformata in una ressa informe e confusa. Le donne erano separate dai bambini, i mariti dalle mogli. I vecchi restavano indietro esausti, i piedi doloranti. I conduttori dei carri trainati dai buoi, dopo avere estorto ai loro clienti gli ultimi quattrini, li gettavano a terra, loro e i loro beni, facevano dietro front e se ne tornavano ai villaggi, alla ricerca di nuove vittime. Così, in breve tempo, tutti, giovani e vecchi, si ritrovavano costretti a marciare a piedi; e i gendarmi che erano stati inviati, per così dire, per proteggere gli esiliati, si trasformavano in veri carnefici. Li seguivano, baionetta in canna, pungolando chiunque facesse cenno di rallentare l’andatura. Coloro i quali cercavano di arrestarsi per riprendere fiato, o che cadevano sulla strada morti di fatica, erano brutalizzati e costretti a raggiungere al più presto la massa ondeggiante. Maltrattavano anche le donne incinte e se qualcuna, e ciò avveniva spesso, si accovacciava ai lati della strada per partorire, l’obbligavano ad alzarsi immediatamente e a raggiungere la carovana. Inoltre, durante tutto il viaggio, bisognava incessantemente difendersi dagli attacchi dei musulmani. Distaccamenti di gendarmi in testa alle carovane partivano per annunciare alle tribù curde che le loro vittime si avvicinavano e ai paesani turchi che il loro desiderio finalmente si realizzava. Lo stesso governo aveva aperto le prigioni e rilasciato i criminali, a condizione che si comportassero da buoni maomettani all’arrivo degli armeni. Così ogni carovana doveva difendere la propria esistenza contro più categorie di nemici: i gendarmi di scorta, i paesani dei villaggi turchi, le tribù curde e le bande di cetè o briganti. Senza dimenticare che gli uomini che avrebbero potuto proteggere questi sfortunati erano stati tutti uccisi o erano stati arruolati come lavoratori, e che i malcapitati deportati erano stati sistematicamente spogliati delle armi. A qualche ora di marcia dal punto di partenza, i curdi accorrevano dall’alto delle loro montagne, si precipitavano sulle ragazze giovani e, spogliandole, stupravano le più belle, come pure i bambini che piacevano loro, e rapinavano senza pietà tutta la carovana, rubando il denaro e le provvigioni, abbandonando così gli sfortunati alla fame e allo sgomento".
          
    Armin T. Wegner
         Gli scampati
         A pochi fu risparmiata la vita: a bambini in tenera età, indirizzati in orfanotrofi turchi e destinati a smarrire la memoria della loro origine; a coloro che forzosamente si convertivano all’islam; alle donne rapite e date in spose a turchi o rinchiuse negli harem. Oltre a questi, scamparono al genocidio gli abitanti della regione di Van, circa 300mila, salvati dall’avanzata delle truppe russe; gli armeni di Costantinopoli, troppo vicini alle rappresentanze diplomatiche, e quelli di Smirne, difesi dall’intervento del generale tedesco Liman von Sanders; infine, gli armeni del Libano e della Palestina. È passato alla storia il caso dei cinquemila armeni assediati per un mese e mezzo sulla montagna del Mussa-Dagh, a nord del Libano, e messi in salvo da una nave francese allertata da una bandiera issata dagli assediati, che recava la scritta: "Christians in distress: rescue!" (Cristiani in pericolo, soccorso!). La loro vicenda fu narrata nell’epico romanzo I Quaranta giorni del Mussa-Dagh con cui Franz Werfel, scrittore ebreo praghese, volle rendere giustizia a una tragedia che già in quegli anni pareva dimenticata dalla memoria collettiva.
         "Chi si ricorda oggi del
         massacro degli armeni?"
         Osservava Morgenthau nel 1918: "Le grandi persecuzioni dei tempi passati sembrano insignificanti di fronte alle sofferenze sopportate dalla razza armena nel 1915. […] Il solo precedente nella storia, che più assomiglia alle deportazioni armene, sembra essere l’espulsione degli ebrei di Spagna da parte di Ferdinando e Isabella. Secondo Prescott, 160mila ebrei furono strappati dalle loro case e dispersi per tutta l’Africa e l’Europa. Ma tutte queste persecuzioni non sono nulla se paragonate a quella degli armeni, che causò la morte di almeno 600mila, o forse un milione di persone. Ma l’ideale che ispirò queste barbare esecuzioni fu un pretesto: esse furono il risultato del proselitismo e la maggior parte degli istigatori credeva sinceramente di servire fedelmente il Creatore. Senza alcun dubbio il popolino turco e curdo immolò gli armeni per far piacere al Dio di Maometto, spinto da zelo religioso; ma gli uomini che concepirono il crimine avevano tutt’altro scopo, essendo tutti atei, non rispettando né il maomettanesimo, né il cristianesimo, la loro unica ragione fu una questione di politica di Stato, premeditata e spietata".
         Certamente né Werfel né Morgenthau immaginavano, contribuendo al nobile intento di perpetuare la memoria del primo genocidio del XX secolo, che pochi anni più tardi un destino altrettanto tragico sarebbe toccato a quel popolo ebraico di cui erano figli. Il romanzo di Werfel vide la luce nel 1933, l’anno in cui Hitler saliva al potere in Germania. Proprio Hitler, alla vigilia dell’invasione della Polonia, il 22 agosto del 1939, di fronte agli ufficiali dello Stato maggiore, mentre disegnava lo scenario che avrebbe insanguinato l’Europa col genocidio del popolo ebraico, alle obiezioni dei suoi collaboratori replicò: "Chi si ricorda oggi del massacro degli armeni?".
         Gli armeni subirono, infatti, a partire dagli anni Venti, un "secondo" sterminio: un vero e proprio "genocidio della memoria", che ha avuto non pochi complici, in primis i nuovi governanti turchi. E la questione del riconoscimento internazionale del genocidio armeno è oggi, a più di ottant’anni di distanza, ancora aperta.
          
          preso da: http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=424

    William Saroyan

    "I should like to see any power in this world destroy this race, this small tribe of unimportant people, whose history is ended, whose wars have been fought and lost, whose structure have crumbled, whose literature is unread, whose music is unheard and whose prayers are no more answered. Go ahead, destroy this race! Destroy Armenia!
    See if you can do it. Send them from their homes into the desert. Let them have neither bread nor water. Burn their homes and churches. Then, see if they will not laugh again, see if they will not sing and pray again. For when two of them meet anywhere in the world, see if they will not create a New Armenia."
    - William Saroyan

    La masseria delle allodole

    LA MASSERIA DELLE ALLODOLE

      

    I fratelli Taviani tornano al cinema con una pellicola che, con armonia e sobrietà, racconta l'eccidio degli armeni.

    Turchia, 1915. In una cittadina vive la benestante famiglia armena degli Avakian. Nel giorno in cui vengono colpiti dal lutto per la morte del patriarca anche il generale Arkan, capo della guarnigione turca, è presente alle esequie. È il segno di un rapporto, se non di amicizia, di reciproco rispetto tra le due comunità. Ma i Giovani Turchi hanno già pronto un piano per creare la Grande Turchia in cui non ci sarà posto per i ricchi e ‘traditori' Armeni. Nessuna mediazione si rivela possibile. Dalla capitale partono per ogni dove gruppi di militari con l'ordine di uccidere sul posto i maschi (di qualunque età essi siano) e di deportare le donne e le bambine per poi massacrarle nei pressi di Aleppo. La famiglia Avakian viene smembrata e la giovane e vitale Nunik farà di tutto per salvaguardare la vita delle più piccole.
    I fratelli Taviani non hanno mai smesso di occuparsi del rapporto tra gli individui e la Storia (anche quando si occupavano di Pirandello). Questa volta lo fanno, adattando liberamente l'omonimo romanzo di Antonia Arslan, occupandosi della ferita ancora aperta dell'eliminazione fisica degli Armeni in Turchia. Il film è destinato a suscitare polemiche e i Taviani ne sono consapevoli. Forse proprio per questo costruiscono una struttura narrativa che possa arrivare al grande pubblico e in cui ai Turchi fanatici fanno da contrappunto loro compatrioti, Arkan in primis, attenti ai valori della convivenza. Con un cast veramente composito ma interessante (pregio e difetto delle coproduzioni come questa) tornano anche a riflettere (come già avevano fatto in La notte di san Lorenzo e in Good Morning Babilonia) sul potere dell'immagine che al contempo può essere documento (e quindi occasione di riflessione) o strumento manipolabile per attizzare l'odio. Perdono qualcosa in epicità (anche se la scena della soppressione del neonato è da brividi) ma continuano con determinazione la loro ricerca nei lati oscuri della Storia che qualcuno (in epoca di negazionismi, Shoah compresa) continua a voler mantenere tali.

    La masseria delle allodole


    I fratelli Taviani tornano al cinema con una pellicola che, con armonia e sobrietà, racconta l'eccidio degli armeni.

    Turchia, 1915. In una cittadina vive la benestante famiglia armena degli Avakian. Nel giorno in cui vengono colpiti dal lutto per la morte del patriarca anche il generale Arkan, capo della guarnigione turca, è presente alle esequie. È il segno di un rapporto, se non di amicizia, di reciproco rispetto tra le due comunità. Ma i Giovani Turchi hanno già pronto un piano per creare la Grande Turchia in cui non ci sarà posto per i ricchi e ‘traditori' Armeni. Nessuna mediazione si rivela possibile. Dalla capitale partono per ogni dove gruppi di militari con l'ordine di uccidere sul posto i maschi (di qualunque età essi siano) e di deportare le donne e le bambine per poi massacrarle nei pressi di Aleppo. La famiglia Avakian viene smembrata e la giovane e vitale Nunik farà di tutto per salvaguardare la vita delle più piccole.
    I fratelli Taviani non hanno mai smesso di occuparsi del rapporto tra gli individui e la Storia (anche quando si occupavano di Pirandello). Questa volta lo fanno, adattando liberamente l'omonimo romanzo di Antonia Arslan, occupandosi della ferita ancora aperta dell'eliminazione fisica degli Armeni in Turchia. Il film è destinato a suscitare polemiche e i Taviani ne sono consapevoli. Forse proprio per questo costruiscono una struttura narrativa che possa arrivare al grande pubblico e in cui ai Turchi fanatici fanno da contrappunto loro compatrioti, Arkan in primis, attenti ai valori della convivenza. Con un cast veramente composito ma interessante (pregio e difetto delle coproduzioni come questa) tornano anche a riflettere (come già avevano fatto in La notte di san Lorenzo e in Good Morning Babilonia) sul potere dell'immagine che al contempo può essere documento (e quindi occasione di riflessione) o strumento manipolabile per attizzare l'odio. Perdono qualcosa in epicità (anche se la scena della soppressione del neonato è da brividi) ma continuano con determinazione la loro ricerca nei lati oscuri della Storia che qualcuno (in epoca di negazionismi, Shoah compresa) continua a voler mantenere tali.
    LA MASSERIA DELLE ALLODOLE.jpg

    October 21

    A 13 anni ha il tumore da fumo. "E' la diossina"

      La storia Le nuove cifre dell'Ines: qui si produce il 92% del «veleno» italiano. Gli ambientalisti contro l'Ilva che si difende: siamo in regola

      A 13 anni ha il tumore da fumo. «E' la diossina»

      Il medico: mai visto un caso così. Industrie, Taranto città più inquinata dell'Europa occidentale.
      Tre mamme con il latte contaminato, cinque adulti con il livello più alto del mondo, 1.200 pecore da abbattere

      DAL NOSTRO INVIATO
      TARANTO — Tre anni fa, S. aveva 10 anni. E senza aver mai fumato una sigaretta in vita sua era già conciato come un fumatore incallito. Un caso simile, Patrizio Mazza, primario di ematologia all'ospedale «Moscati» di Taranto, non l'aveva mai visto. E nemmeno la letteratura medica internazionale lo contempla. Anche a cercare su Internet, la risposta è negativa: « No items found ». Per questo, Mazza temeva di avere sbagliato diagnosi. Invece no. Quel bimbo aveva proprio un cancro da fumatore: adenocarcinoma del rinofaringe. Come tanti altri tarantini, specie quelli del Tamburi, «il quartiere dei morti viventi».


      A Bruxelles forse ancora non lo sanno, ma Taranto è la città più inquinata d'Italia e dell'Europa occidentale per i veleni delle industrie. L'inquinamento di Taranto, infatti, è di fonte civile solo per il 7%. Tutto il resto, il 93%, è di origine industriale. A Taranto, ognuno dei duecentomila abitanti, ogni anno, respira 2,7 tonnellate di ossido di carbonio e 57,7 tonnellate di anidride carbonica. Gli ultimi dati stimati dall'Ines (Inventario nazionale delle emissioni e loro sorgenti) sono spietati. Taranto è come la cinese Linfen, chiamata «Toxic Linfen», e la romena Copša Miça, le più inquinate del mondo per le emissioni industriali.


      Ma a Taranto c'è qualcosa di più subdolo. A Taranto c'è la diossina. Qui si produce il 92% della diossina italiana e l'8,8% di quella europea. «In dieci anni — dice Mazza — leucemie, mielomi e linfomi sono aumentati del 30-40%. La diossina danneggia il Dna e un caso come quello di S. è un codice rosso sicuramente collegato alla presenza di diossina. Se nei genitori c'è un danno genotossico non è in loro che quel danno emerge, ma nei figli».


      Tre mamme il cui latte risulta contaminato dalla diossina, cinque adulti che scoprono di avere il livello di contaminazione da diossina più alto del mondo, 1.200 pecore e capre di cui la Regione Puglia ordina l'abbattimento, forti sospetti di contaminazione nel raggio di 10 chilometri dal polo industriale (con i monitoraggi sospesi perché sempre «positivi ») sono, più che un allarme, una emergenza nazionale. La diossina si accumula nel tempo e a Taranto ce n'è per 9 chili, il triplo di Seveso (la città contaminata nel 1976). Ma sono sette le sostanze cancerogene e teratogene che, con la diossina, colpiscono Taranto come sette piaghe bibliche.


      Mentre però a Bruxelles e a Roma (e a Bari, sede della Regione) si discute, Taranto viene espugnata dalla diossina. Basta dare un'occhiata, oltre che ai dati Ines, ai limiti di emissione, il cuore del problema. Il limite europeo è di 0,4 nanogrammi per metro cubo. Quello italiano, di 100 nanogrammi. «Un vestito su misura per l'Ilva di Emilio Riva», dicono le associazioni ambientaliste. «Siamo in regola e abbiamo anche investito 450 milioni di euro per migliorare gli impianti», replica l'Ilva, che l'anno scorso ha realizzato utili per 878 milioni, 182 milioni in più dell'anno prima e il doppio del 2005.


      L'Europa però è dal 1996 che ha fissato il limite di 0,4 nanogrammi. L'Inghilterra, per esempio, si è adeguata. E la Germania ha fatto ancora meglio: 0,1 nanogrammi, lo stesso limite previsto per gli inceneritori.


      Nel 2006, Ilva e Regione Puglia hanno anche firmato un protocollo d'intesa, ma con scarsi risultati. La «campagna di ambientalizzazione» procede a rilento e sembra che l'Ilva intenda concluderla nel 2014, proprio quando scadrà il Protocollo di Aarhus, recepito anche dall'Italia, che impone ai Paesi membri di adottare le migliori tecnologie per portare le emissioni a 0,4-0,2 nanogrammi.


      Eppure a Servola, Trieste, acciaierie «Lucchini», per risolvere il problema è bastato un decreto del dirigente regionale Ambiente e Lavori pubblici, che ha imposto al siderurgico, pena la chiusura, di rispettare i limiti europei. In due anni, grazie anche alle pressioni della confinante Austria, il miracolo: dalla maglia nera, in tandem con Taranto, Servola è diventata un centro di eccellenza, con la diossina abbattuta fino al teutonico limite di 0,1 nanogrammi.


      Certo, con una legge regionale, o con un decreto come quello friulano, si eviterebbe anche il referendum sull'Ilva, giudicato ammissibile dal Tar di Lecce e sicura fonte di drammatiche spaccature fra i 13 mila dipendenti del siderurgico.
      Invece c'è soltanto una delibera del consiglio comunale di Taranto che chiede timidamente alla Regione «di fare come in Friuli».
      Ma la Puglia non confina con l'Austria. Al di là del mare, c'è l'Albania.

      Carlo Vulpio
      21 ottobre 2008



      http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_21/fumo_diossina_3e4495ce-9f40-11dd-b0d4-00144f02aabc.shtml


      September 02

      Bambini dell'orfanotrofio di Fianarantsoa in Madagascar

      Ragazzi ho trovato un filmato a dir poco commovente su youtube, siccome non conosco gli autori mi permetto semplicemente di rimandarvi alla pagina web per chi volesse vedere ciò di cui sto parlando:
       
      July 21

      CON LE SCARPE DEI POVERI

      XVI Domenica del tempo Ordinario

      Con le scarpe dei poveri

      La pazienza di Dio e l’impazienza degli uomini

      Un uomo che tenta di comunicare con me, mi dice: ‘Albania esht (è)…’ e si ferma, non sa come continuare, poi alza il piede è mi mostra la scarpa completamente aperta!

      Quando giunsi in Missione, ho trovato tempi lunghissimi, per mancanza di mezzi, per impossibilità a mantenere gli impegni assunti, per la forma mentis e per lo stile di vita meno veloce e motivato di quello Occidentale.

      50 anni di comunismo li avevano demotivati, non riuscivano ad avere interessi, a scattare e coinvolgersi con facilità perciò tutto si svolgeva al rallentatore.

      Si meravigliavano dei miei ritmi. Io mi meravigliavo di loro. Due concezioni di vita e due ritmi difficilmente conciliabili e comprensibili reciprocamente.

      Provenendo da una dimensione e da un ritmo frenetico, era come cadere nel vuoto e nel nulla, camminare all’indietro, sconfessare e rinnegare me stesso (chi vuol venire dietro di me rinnneghi se stesso…), collocarmi in un altro mondo.

      È facile andare avanti ma andare indietro è contro natura. Ripiombare nel silenzio (per la difficoltà della lingua),nel buio(senza energia elettrica), nella distanza(senza macchina e senza strade), nella manualità assoluta(senza mezzi tecnici), può rivelarsi igienico per la mente,il corpo e lo spirito. Passare al silenzio e alla calma può diventare un’occasione preziosa per convertirsi non solo a Dio ma anche al prossimo

      Anch’io rischiavo di diventare sfasato: faticavo a rispondere ai ritmi della retroguardia, i miei partners occidentali. Facilmente mi sentivo rispondere: ‘richiami a tale ora’. Loro non sapevano che dovevo fare decine di chilometri, correre da un centralino all’altro, da un paese all’altro perché non era facile trovare un telefono funzionante e affrontare ore di fila, schiacciato in mezzo a una moltitudine di persone maleodoranti che attendevano una chiamata dei figli dall’estero. Quelle erano le capacità, i mezzi e le possibilità. O abbandonare tutto o raccordare i tempi con quelli della gente.

      Tutto questo mi ha rivelato la grande virtù della pazienza che non è una specie di rassegnazione passiva che si addice ai deboli ma la dimensione positiva e costruttiva dei forti, la scelta di rispettare l’altro, incontrarlo nei suoi tempi e aiutarlo a crescere e maturare. Entrare nel tempo dell’altro. Dare all’altro il tempo necessario di cui ha bisogno.

      A scuola, in chiesa, nel lavoro, i tempi di ognuno sono diversi. Un genitore, un educatore, un responsabile deve saper dare ad ognuno il tempo di cui ha bisogno, come il contadino che conosce i tempi di ogni seme e non forza la mano, non fa violenza ma aspetta il tempo giusto e necessario.

      La fretta, l’assillo, l’imposizione e la sfiducia possono diventare violenza e prevaricazione, creano danni e rovinano tutto, nel tentativo maldestro di voler assoggettare l’altro ai nostri tempi e alle nostre vedute.

      Non sopportiamo l’idea che l’altro possa anche sbagliare. Ci sono momenti in cui il cammino di una persona, di un figlio, di un popolo, si ferma o devia. Bisogna saper accettare anche questo poiché fermarsi, deviare ed errare sono anch’esse espressioni della vita e della libertà e dobbiamo saper esprimere l’amore gratuito e la stima: l’unica mano tesa possibile ma indispensabile, in certi momenti.

      Una mamma si lamentava del figlio con un insegnante che le ripeteva sempre: ‘stia tranquilla, suo figlio è intelligente, recupererà’. Era l’unico che vedeva oltre la caligine del presente, credeva in quel giovane e gli dava un anticipo di fiducia. I fatti gli hanno dato ragione.

      Ricevere fiducia è una sfida, una scommessa e un impegno che può cambiare la vita. Dobbiamo essere larghi nel dare tempo e speranza. Avere il cuore aperto, accompagnare il cammino dell’altro con la fiducia.

      L’esempio della pazienza ci viene dal padre del Figliol prodigo che concede tempo ma aspetta il ritorno del figlio.

      Salendo un altro gradino giungiamo alla grande pazienza di Dio Padre che riesce a rapportarsi con i tempi al rallentatore degli uomini:il più grande miracolo di Dio.Noi siamo il frutto più bello della Sua pazienza, il segno della Sua fiducia e speranza in noi. Dio, misericordioso pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, giudica con mitezza e governa con molta indulgenza. Per questo tollera e permette anche il male: lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura. (Don Carmelo La Rosa)

      La ‘conversione ai tempi di Dio’ impose a Paolo un’attesa di anni, estenuante per un tipo come lui che voleva gettarsi con foga nella missione, come era stato focoso nella persecuzione. La ‘conversione ai modi di Dio’ che alternava fallimenti e successi nella missione, in modo a volte incomprensibile… Ma Paolo si era abbandonato tutto alla volontà di Dio. (Antonio Ghirlanda)

      La pazienza, qui, acquista autentico valore quando è un fatto profondamente spirituale: è accettazione dei loro tempi, dei loro ritmi, del dipendere dalla loro inefficienza; è l’aver bisogno di loro, della loro amicizia, del loro aiuto; il sentirci in buone mani essendo nelle mani dei poveri; l’accettare di non riuscire a capire i perché di tutte le cose assurde. È difficoltà di comunicazione nel capirsi, nel parlare, nel dialogare, incapacità di tessere rapporti umani alla pari. È lo scotto del degrado umano che ci troviamo a dover affrontare e colmare. È capacità di rendere un anticipo di fiducia ad ogni uomo. È la gioia della gratuità assoluta; sperare contro ogni speranza;credere in quest’uomo contro ogni apparenza e contro ogni terribile esperienza; essere capaci di amare senza attendere contraccambio; sentire fratello chi ci guarda da “padrone”; spogliarsi della nostra pretesa di efficienza e di riuscita; donare il futuro a chi non possiede il presente. È gioia di andare verso l’Essenziale, spogliandoci di ogni sovrastruttura e condizionamento esterno. È partire dalle cose e, attraverso l’uomo, andare verso Dio. (Da: Il tesoro dello Scriba, Stilo Editrice, Bari 2002) .

       

      P.S. GRAZIE DON MIMMO!!!!

      July 09

      GIOCO E' ....

       Il gioco è educazione.

       

      q       Per il ragazzo il gioco è vita: come vive il gioco così si atteggia di fronte alla vita (occorre allora insegnargli a giocare bene).

      q       Attraverso il gioco il ragazzo fa suoi i grandi ideali della vita: la lealtà, la generosità, l’onestà, ecc.

      q       Attraverso il gioco il ragazzo accresce lo spirito di sacrificio, lo spirito di squadra, il gusto dell’impegno, la capacità di iniziativa, l’assunzione del rischio.

      q       Il gioco favorisce lo sviluppo della fantasia, della creatività, dell’espressone, della comunicazione del ragazzo.

      q       Il gioco non è un “riempitivo” della giornata. Va quindi ben preparato ed organizzato. Davanti alla serietà dell’organizzazione il ragazzo prenderà con impegno e partecipazione l’attività.

      q       Il ragazzo che non gioca avrà certamente più difficoltà nella vita e meno mezzi per superarle.

       

      Il gioco è l’animatore.

       

      q       Il gioco dei ragazzi richiede sempre la presenza di un educatore attento, sensibile, intraprendente, dinamico,, entusiasta, amico su misura, che riprenda cura della crescita dei ragazzi, non solo del loro svago.

      q       L’educatore, animatore, se vorrà far acquisire al ragazzo il suo messaggio, dovrà usare il più possibile il gioco. Il ragazzo percepisce ciò che passa attraverso l’esperienza sensibile.

      q       Il gioco è un mezzo indispensabile, il primo, per instaurare un rapporto di amicizia veloce e spontaneo, premessa per passare ad altre tappe di formazione.

      q       Condividere i ragazzi il gioco aiuta ad essere considerati “amici” e non maestri, è amare ciò che loro amano, è abbassarsi al loro livello per farli sentire importanti.

      q       Il gioco è un’opportunità efficace per avvicinarli e dir loro una parolina da amici, avvisarli, consigliarli e correggerli amorevolmente.

      q       È importante trovare scoprire giochi adatti all’età dei ragazzi.

       

      July 08

      150° ANNIVERSARIO FONDAZIONE CONGREGAZIONE SALESIANA

      7/7/2008 - 150° anniversario di fondazione della Congregazione salesiana
       

       
      2_13_2934_Documenti correlati

      Roma, 24 giugno 2008
      Nascita di San Giovanni Battista

      Ai Confratelli salesiani della Congregazione

      Oggetto: 150° anniversario di fondazione della Congregazione salesiana

      Carissimi Confratelli,

      appena concluso il Capitolo Generale 26°, che è stato una vera Pentecoste per tutti noi, ci troviamo a vivere ed a celebrare un nuovo evento di grazia: il 150° anniversario della fondazione della Congregazione salesiana da parte di don Bosco.

      La sera del 18 dicembre 1859 all’Oratorio di San Francesco nella camera di don Bosco si radunano alcuni convenuti allo scopo di “promuovere e conservare lo spirito di vera carità che richiedesi nell’opera degli Oratori per la gioventù abbandonata e pericolante”; così scrive don Alasonatti nel verbale di quell’incontro. A continuazione si legge nello stesso verbale: “Piacque pertanto ai Congregati di erigersi in Società o Congregazione che, avendo di mira il vicendevole aiuto per la santificazione propria, si proponessero di promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime, specialmente delle più bisognose di istruzione e di educazione”

      Il 1859 costituisce perciò l’anno di nascita della nostra Congregazione. Desidero per questo proporre a tutti i Confratelli di vivere il 2009 come un anno di grazia, ricordando da dove veniamo, chi siamo e dove siamo diretti. Con questa celebrazione della nostra identità carismatica inizia anche il pellegrinaggio dell’urna di don Bosco in tutte le Regioni della nostra Congregazione e si apre così la preparazione al bicentenario della sua nascita nel 2015.

      Questo avvenimento sarà vissuto da tutti noi come un cammino spirituale e pastorale, che inizierà con la solennità di don Bosco il 31 gennaio 2009, avrà momenti salienti il 24 giugno, giorno del suo onomastico, e il 16 agosto, giorno della sua nascita, e culminerà il 18 dicembre 2009 con la rinnovazione della professione da parte di tutti noi salesiani. Particolare riconoscenza a Maria sarà espressa il 25 maggio, solennità dell’Ausiliatrice. In questo modo ci è offerto di “ripartire da don Bosco”, Fondatore della nostra Congregazione, della Famiglia Salesiana e del vasto Movimento Salesiano.

      Si tratta di prendere coscienza della nostra identità di persone consacrate, votate al primato di Dio, alla sequela di Cristo obbediente, povero e casto, pienamente disponibili allo Spirito, e proprio per questo totalmente dedicate ai giovani. È un’identità da vivere con gioia e da manifestare visibilmente nell’ardore evangelizzatore, nell’amore per la salvezza delle anime, nello slancio pastorale, che si ispirano al programma di vita di don Bosco “da mihi animas, cetera tolle”. La nostra identità si deve manifestare quindi nel fuoco della passione apostolica.

      Durante l’anno 2009 troveremo tempi e modi per approfondire, meditare e pregare le Costituzioni. Esse ci indicano la via della fedeltà al carisma di don Bosco e alla nostra vocazione. Se nel corso dell’anno avremo ripercorso e riscoperto gli impegni di santificazione tracciati dalla nostra Regola di vita, allora la rinnovazione della professione del 18 dicembre sarà il frutto di un cammino di conversione e il punto di partenza di una rinnovata offerta della nostra vita a Dio per i giovani. Sono da valorizzare particolarmente la preparazione e la celebrazione della professione perpetua di quest’anno. Ci dedicheremo anche allo studio del documento del CG26 per conoscerne la lettera e per assumerne lo spirito. Il documento capitolare è il volto della Congregazione oggi.

      La Congregazione salesiana è costituita fin dall’inizio da quei giovani dell’Oratorio che si sono lasciati coinvolgere dalla passione apostolica di Don Bosco e dal suo programma di vita. Il 2009 ci chiede di narrare ai giovani la storia degli inizi della Congregazione, della quale essi sono stati “confondatori” insieme a don Bosco, e ci chiede pure di coinvolgerli sempre più nell’impegno apostolico per la salvezza di altri giovani. Il coinvolgimento apostolico dei giovani è il terreno naturale in cui cresce la vocazione consacrata salesiana. Tanti giovani nel mondo, partendo dall’impegno apostolico, anche oggi si lasciano affascinare da questa vocazione. Abbiamo il coraggio di proporre ai giovani la vocazione consacrata salesiana! Mi auguro che questo sessennio, a partire di questa ricorrenza del 150° anniversario della nostra Società, sia davvero un periodo di grande fecondità vocazionale.

      La Strenna del 2009 ci stimola anche a considerare il nostro compito nella Famiglia Salesiana. Nati 150 anni fa come Congregazione, siamo consapevoli che il nostro Padre non ha pensato solo a noi, ma da sempre ha voluto creare un “vasto movimento di persone che, in vari modi, operano per la salvezza della gioventù” (Cost. 5). In esso e nella Famiglia Salesiana abbiamo particolari responsabilità. Noi siamo stati pensati come evangelizzatori dei giovani e come animatori di una famiglia carismatica.

      Fin d’ora nei cammini formativi e spirituali personali, comunitari e ispettoriali si potranno tenere presenti queste particolari indicazioni. Ho costituito al riguardo una Commissione, coordinata dal Consigliere per la formazione, che vi offrirà nei prossimi mesi alcuni sussidi al riguardo.

      Lo Spirito di Cristo ci animi in questo cammino; Maria Ausiliatrice ci sostenga con la sua sollecitudine materna; Don Bosco sia nostro modello e interceda per noi.

      Cordialmente nel Signore

      Don Pascual Chávez Villanueva
      Rettor Maggiore

      June 25

      ESTATE RAGAZZI 2008

      locandina_er2008

      ANDATE SUL SITO www.donboscotaranto.it

       

      Per farvi capire quanto ci stiamo divertend eccovi qualche foto. Le altre le potete vedere sull'album dell'estate ragazzi e dul sito sopra indicato.

       

      accoglienzaanna e due bimbiarbitriastri ediemarilisa e due arietiraffaeluzzo

      giasoli che ballanogruppilaboratorio scubydoo

      June 23

      Il concerto per i ragazzi di strada di Haiti

      Il concerto per i ragazzi di strada i Haiti

      Torino 23 Giugno. Tutto è pronto! Tra poche ore si accenderanno le luci del palco!

      E’ terminata alle 13:30 di questa mattina la conferenza stampa per la presentazione del concerto in programma stasera alle 21:00 e in onda su RAI UNO sabato prossimo 28 Giugno alle 16:05.
      Presenti alla conferenza giornalisti di radio, televisioni e giornali locali e nazionali, personalità salesiane, come il sig. Giovanni Colombi, direttore della Fondazione DON BOSCO NEL MONDO organizzatrice dell’evento e lo staff della Prime Time Promotions, società che si è occupata della produzione esecutiva della manifestazione. Presente anche padre Attilio Stra missionario ad Haiti e direttore di LAKAY, casa famiglia per ragazzi di strada, a cui saranno devoluti i proventi della raccolta fondi del concerto.
      Modena City Ramblers, La Scelta, Miodio, Eugenio Bennato, Mario Rosini e Mory Kanté, a nome di tutti gli artisti che si esibiranno stasera in piazza Vittorio Veneto, hanno sottolineato il privilegio di prendere parte al concerto e rinnovato l’invito a sostenere il progetto LAKAY inviando un SMS solidale al 48566 (attivo da oggi al 29 Giugno - solo TIM e TELECOM ITALIA).

      Left

      Dal 23 al 29 giugno sarà possibile inviare un SMS solidale al 48566 (che equivarrà a 1 euro da mobile TIM o 2 euro da fisso Telecom Italia).
      Il ricavato sarà interamente devoluto per la realizzazione del progetto “FOYER-LAKAY” che si prefigge di salvare dalla strada almeno 300 ragazzi haitiani di Port-au-Prince, avviandoli ad un percorso scolastico formativo di tre anni.

       

       

       

       

       

      Se avete un sito web o un blog, sostienete questa iniziativa inserendo un link di collegamento al sito www.concertoragazzidistrada.org per farlo conoscere a un pubblico più vasto possibile.

      All’indirizzo www.concertoragazzidistrada.org/adv/adv.aspx sono poi disponibili una serie di banner informativi dell’iniziativa: potete scegliere il formato che desiderate, copiare il codice presente sotto ciascuno di essi ed incollarlo direttamente nelle pagine dei vostri blog o eventuali siti.

       

       

       

      June 05

      Articoli sulla fame nel mondo

      Val la pena di leggere questo scritto di Don Silvio a proposito di FAO.

      Don Silvio Roggia è missionario in Ghana, dove è Maestro dei Novizi, che è come dire colui che prepara l'Africa salesiana di domani.

      Don Silvio fu il primo collaboratore del VIS quando cominciava a muovere i primi passi a Torino.

      Don Silvio ora è a Torino e sta facendo chemio terapia per scongiurare un tumore... Una preghiera per lui


      Don Ferdinando Colombo
      VIS, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo
      Via Appia Antica 126
      00179  Roma  -  Italia
      tel +39 06/51.62.92.12 -  cel +39 335/3.1234.3
      fax +39 06/51.62.92.99
      fc@volint.it  -  www.volint.it
      Skype: Don_Ferdinando

       

      Carissimi tutti,

       

      FIAT PANIS.

      Non so se anche voi ci avete fatto caso. Sono le parole che si leggono sotto la spiga nel simbolo della FAO. L'assemblea di Roma affollata di Capi di Stato ha attirato l'attenzione del mondo intero su questo organismo il cui centro di intersse (e di azione, si spera!) è quanto mai cruciale, dopo le impennate dei prezzi dei generi alimentari che stanno prostrando le economie soprattutto dei paesi già al fondo della lista quanto a reddito procapite.

       

      I giovani novizi con cui vivo provengono dai peaesi del West Africa di lingua inglese: quando quelli della Sierra Leone e della Liberia presentano agli altri le loro tradizioni e costumi mi stupisce sempre che puntino al riso come loro cibo base. Il riso? Nè Liberia nè Sierra Leone lo producono: com'è che qualosa di importato dall'America e dall'Indocina sia ciò da cui tutti diependono per sopravvivere? Tanti anni di guerra civile hanno prodotto anche questa distorsione insieme a tanti altri guai. Produzione e mercato locali sono collassati e  si è cominciato a dipendere dagli aiuti fino a diventare "riso dipendenti" al 100%. Raddoppiare il prezzo di questo cereale in meno di dodici mesi vuol dire riportare quelle popolazioni in lenta ripresa dopo anni di guerra indietro al punto di partenza.

       

      FIAT PANIS.

      Ricordo un incontro a Les Combes con Look Van Loy, uno dei nostri salesiani (ora vescovo in Belgio) che ha girato il mondo in lungo e in largo come coordinatore delle missioni a livello mondiale (parla correntemente 7 lingue, tra cui il coreano). Ci diceva che la tentazione di trasformare le pietre in pane (ricordate il vangelo della prima domenica di quaresima?), di usare ed abusare dei nostri poteri tecnologici, economici, politici per spremere il più possibile dalla madre terra per i nostri consumi ma senza una coscienza che ci guidi, che orienti le scelte in base a criteri di verità più profondi delle leggi di mercato, finisce non solo col non cavare più pane dalle pietre ma anche con il trasformare il pane in pietre. Quanto sarebbe primariamente orientato per nutrire i figli di questa famiglia umana che tutti ci accomuna viene deviato a favore di un profitto sempre più elevato per chi è già in testa alla corsa, a danno di chi rimane sempre più povero, sempre più affamato.

       

      FIAT PANIS.

      All'inizio di febbario, due anni dopo il nostro arrivo dalla Nigeri in Ghana, a Sunyani, finalmente abbiamo potuto sistemare la furniture – la mobilia – della nostra piccola cappella.

      Ci è venuta una idea. Niente croce di legno sul fondo. I ragazzi della falegnameria ci han preparto una grande ostia di legno chiaro (180 cm di diametro). "Rotta" a  metà con un taglio a zig zag molto realistico. Su una parte abbiamo inchiodato il Gesù crocifisso di ebano nero. L'altra metà è andata attorno al tabernacolo, già rotondo di forma (in ferro battuto, fatto dai ragazzi della meccanica). "Verbum caro factum est": è l'iscrizione scavata nel legno tutt'attorno al crocifisso. Il Verbo si è fatto carne. Più carne di così! Più "come noi" di quando muore!

      Sull'altra metà attorno al tabernacolo c'è scritto tutt'attorrno dal basso vesro l'alto: Verbum PANIS factum est. Si è fatto pane. Lui si è fatto pane. Non soltanto non ha ceduto quando la tentazione gli proponeva il potere facile di trasformare pietre in pane, non solo ha moltiplicato i pani offertigli da un ragazzino per la fame di migliaia. Lui si è fatto pane.

       

      Non so quanti fatti seguiranno la conferenza della FAO (e quali fatti!).

       

      Il confronto tra quel FIAT del simbolo della FAO e quel FACTUM del Vangelo mi fan pensare. E' il confrontro tra un auspicio e un evento, tra quel che si dovrebbe fare e quanto è già capitato ed è lì per tutti.

      Forse di mezzo tra il futuribile e il passato ci sta il presente: FATE questo in memoria di me.  Fatevi pane spezzato come io sono dalla croce.

      É vero che non abbiamo le risorse per soddisfare tutte le fami del mondo; chi più si è rimboccato le maniche a favore dei veri affamati più ne è è stato consapevole (Madre Teresa). Ma abbiamo un FACTUM nella nostra vita di credenti che costantemente ci rimette sul sentiero nella direzione giusta. Quando impariamo a dare noi stessi, a metterci l'anima, a non calcolare solo in base ai profitti, quando facciamo ogni 'questo' e ogni 'quello' in memoria di lui, presente in ogni ultimo (l'avete fatto a me) allora diamo un segnale al mondo, iniettiamo una speranza che porta frutto e trasforma, che fa diventare prima di tutto noi buoni, buoni come il pane. FIAT PANIS.

       

      PS. Se la FAO ha fatto breccia sulla mia attenzione è anche perchè ho visto il TG di ieri e di oggi qui a Novello, il mio paesino delle Langhe dove mi trovo in queste settimane (3341552962). Ciao.

       

      Silvio

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

      Ma la fame nel mondo non si batte col foie gras

      di Mario Giordano (Socio VIS Sicilia)

       

      È da sessant’anni che c’è la Fao. È da sessant’anni che la Fao organizza i vertici. E nel frattempo la fame nel mondo non solo non è stata sconfitta, ma ci pende oggi sulla testa come una drammatica emergenza. E allora con tutto il rispetto dei delegati, dei lavori, delle proposte, delle conferenze e dei piani per il futuro, delle cene di gala e della doverosa ospitalità italiana, forse è venuto il momento di chiederci seriamente se questi vertici servono a qualcosa. Forse è venuto il momento di chiederci anche se la Fao serve a qualcosa. Oltre che, naturalmente, a mantenere schiere di burocrati.
      Su un bilancio di 784 milioni di dollari quelli che l'organizzazione internazionale
      destina direttamente a sfamare gli affamati sono 90 milioni: meno del 12 per cento. Il resto sono studi, viaggi, spese di funzionamento. Per carità, magari è tutto importantissimo. Ma perché, allora, non è mai servito a nulla? Diciamolo seriamente, per il rispetto che dobbiamo ai bambini che muoiono di fame: dal 1948 a oggi, la Fao ha inciso sul problema dell'alimentazione come uno starnuto incide sull'inclinazione dell'asse terrestre. Che cosa ha ottenuto? Risultati pochini. In compenso numerosi meeting e tanti buffet. «Scusi delegato, ha visto la drammatica situazione del Bangladesh?». «Ma sicuro, e lei ha assaggiato quella tartina al caviale?».
      Parlare di fame nel mondo tra brasati al barolo e aragosta in vinaigrette, dibattere di denutrizione con la pancia piena di risotto all'arancia e filetto d'oca, annunciare nuove carestie subito dopo aver addentato kiwi e foie gras: ma come si fa? Durante una delle ultime edizioni dei vertici, la delegazione del Kenya venne intercettata a fare shopping di scarpe e vestiti in via Condotti. La delegazione cinese, invece, si era stanziata all'Hotel Parco dei Principi. Il capo si era fatto riservare la stanza da 3500 euro a notte: trecento metri quadrati, salotto, cucina autonoma, stoviglie d'argento, arazzi pregiati, lampadari dorati, maxischermo Tv e grande bagno con vasca Jacuzzi. Film e idromassaggio, si capisce: lo esige la lotta alla fame nel mondo.
      Gli unici che hanno tratto beneficio dall'organizzazione, in questi anni sono i suoi dipendenti. Non sono pochi: 3500
      . Di questi 1.600 sono dirigenti. Ma voi l'affidereste un incarico importante a una struttura che ha un dirigente ogni due dipendenti? Nemmeno l'esercito della via Pal contava così pochi soldati semplici. E dire che, a essere soldati semplici, non c'è molto da recriminare: un nuovo assunto alla Fao guadagna come minimo 61mila euro l'anno, una segretaria può arrivare a 73mila. E in più benefit di ogni genere, compresi i corsi di yoga, il tai-chi, la danza del ventre e l'aromaterapia, tecnica evidentemente molto utile per risolvere il problema dell'alimentazione planetaria.
      «
      Ma che state a Fao?», si chiedono ormai in molti. Il direttore dell'organizzazione è in carica dal 1994. Anno dopo anno si ritrova ad ammettere «abbiamo fallito», «la fame nel mondo non si riduce», «non abbiamo scuse». Eppure resta lì, abbarbicato alla sua poltrona. Appena nominato aveva lanciato la parola d'ordine: meno dipendenti. E i dipendenti sono subito aumentati. Poi annunciò: basta funzionari negli uffici, voglio più gente sul campo. E infatti il 70 per cento dei dipendenti sta ancora a Roma. L'unico vero effetto delle sue riforme, raccontano, sono stati 500 meeting collettivi e 700 individuali organizzati dal medesimo Diouf per spiegare a tutti l'impatto del decentramento. Che, per altro, non c'è mai stato.

      Adesso Diouf ha anticipato al Financial Times le sue richieste: vuole più soldi. D'accordo. Ma più soldi per fare che? Per finanziare gli stipendi di altre pasciute segretarie? Per alimentare i vizi dei suoi paciosi funzionari? Per permettere altri viaggi lussuosi alle delegazioni? Il problema della fame è troppo serio, troppo urgente, troppo vero per essere sepolto sotto un mare di parole, qualche carta e il solito via vai di camerieri che offrono aperitivi e foie gras. E allora, forse, il modo migliore per celebrare il grande appuntamento internazionale è chiedersi se ha ancora un senso. Pare che il documento base, che sarà presentato oggi alla conferenza, darà la colpa della fame nel mondo al riscaldamento globale. Vi pare assurdo? Ma no. Ai vertici della Fao c'è sempre stata molta attenzione alla temperatura. Soprattutto a quella dello champagne.
       

       

       

      May 23

      Come aggiungere una immagine

      Per inserire un'immagine semplice questo è il codice che dovete utilizzare:

      <P align=center><imgsrc="url dell'immagine da inserire" border=0 width=200 height=100> </a>

      Per url dell'immagine da inserire: basta cliccare col tasto destro dell'immagine che si ha in rete e premere su "proprietà", sopo di che copiare l'indirizzo url dell'immagine da inserire tra le virgolette.

      Rocordate:
      Height = altezza
      Width = larghezza
       
       

      Einstein -

      Albert Einstein (1879-1955), fisico tedesco, sviluppò, nei primi anni del XX secolo, la teoria della relatività speciale e, successivamente, la teoria della relatività generale. Nel 1905, Einstein pubblicò tre importanti articoli scientifici: uno sulla teoria della relatività speciale, uno sull'effetto fotoelettrico, per il quale sarà insignito più tardi del Premio Nobel nel 1922, e uno sul moto browniano delle particelle. L'importanza della teoria della relatività speciale non fu apprezzata fino a quando la stessa teoria venne spiegata nel quadro più generale della geometria dello spaziotempo quadridimensionale grazie a Hermann Minkowski nel 1908. Nel 1913, Einstein si era trasferito a Berlino dove completò la teoria della relatività generale. La conferma delle predizioni della sua teoria del mondo fisico a opera delle osservazioni di Sir Arthur Eddington, in occasione dell'eclissi solare del 1919, gli diede fama mondiale. Attualmente, la descrizione dell'Universo, almeno su scale macroscopiche, si basa sostanzialmente sulla teoria della relatività generale. Verso la metà degli anni Venti, Einstein tentò di unificare la teoria della relatività generale con la teoria quantistica, che descrive il mondo delle particelle elementari, senza però avere successo.
       

      Nel 1952 Einstein scriverà:

      La teoria della relatività è un meraviglioso esempio di come la matematica ha fornito lo strumento teorico per una teoria della fisica, senza che il problema di fisica abbia avuto un ruolo risolutivo per le corrispondenti creazioni matematiche. I nomi di Gauss, Riemann, Ricci, Levi-Civita e le loro opere apparterrebbero ai contributi importanti del pensiero occidentale anche se questi non avessero portato al superamento dei sistemi inerziali.

       
       
       Consideriamo due sistemi di riferimento inerziali (sistemi in cui vale la prima legge di Newton)  S ed S' con S' che si muove con velocità costante v rispetto ad S e per comodità ipotizziamo, senza perdere di generalità, che gli assi x e x' siano coincidenti e che il vettore velocità sia parallelo ad essi.

      Supponiamo ora che si verifichi un evento fisico in un punto P e di voler rilevare le sue coordinate spazio-temporali.

      Per un osservatore solidale con S avremo coordinate x, y, z e t (le prime tre sono quelle spaziali) mentre per quello solidale con il sistema S' lo stesso evento avrà coordinate x', y', z', t'.

      galileo121

       

      Vediamo ora quali relazioni sussistono fra le due differenti misurazioni. Dalla figura risultano evidenti le seguenti uguaglianze

      galile1 

      Quest'ultime prendono il nome di Trasformazioni delle coordinate di Galileo.

      Con semplici calcoli si dimostra che

      galile2

      Vediamo ora quali relazioni sussistono per la velocità u di un oggetto rispetto i due riferimenti. Deriviamo pertanto lo spazio rispetto al tempo

      galile3 

       galile4

      Similmente

      galile5 

      galile6 

      In notazione vettoriale risulta u' = u - v .

      Bisogna in ultimo ricordare che, nell'ambito di questa teoria, anche l'accelerazione e la massa di un corpo, come il tempo, sono indipendenti dal moto relativo di sistemi di riferimento inerziali e dunque è vera la seguente uguaglianza ma = m'a' ==> F=F'.

      Con ciò possiamo affermare che le leggi del moto di Newton e le equazioni del moto di una particella sono le stesse in tutti i sistemi di riferimento inerziali.

          Da questa considerazione finale nasce il principio di relatività galileiana.

      Esso afferma che se due sistemi di riferimento inerziali sono in moto uno rispetto all'altro è impossibile, dall'interno di uno dei due riferimenti, stabilire qual'è in movimento: il moto assoluto non può essere rilevato. La teoria della relatività ristretta permette la descrizione dei fenomeni meccanici ed elettromagnetici mediante leggi valide qualunque siano gli osservatori solo se essi sono dotati di moto rettilineo uniforme.

      Per eliminare questa limitazione, nel 1915, Einstein generalizzò la sua teoria in modo da renderla utilizzabile indipendentemente dal moto dell'osservatore. Il punto di partenza dello scienziato fu il campo gravitazionale.

      Consideriamo una zona di spazio priva di forze gravitazionali ed in essa una astronave con un osservatore.

      missile

       

      Se la navicella inizia a muoversi verso l’alto con moto uniformemente accelerato e l’osservatore lascia una sfera, questa risentirà dell'accelerazione e dopo che il pavimento l'avrà raggiunta eserciterà sullo stesso una forza pari al prodotto della sua massa per l'accelerazione del sistema.

      L’osservatore vedrà invece cadere la sfera sul pavimento e giungerà alla conclusione di trovarsi in una zona soggetta ad un campo gravitazionale costante nel tempo.

      Si può allora affermare che il campo gravitazionale apparente, prodotto da un semplicissimo moto accelerato, non è distinguibile da un vero campo dovuto all’attrazione di una massa.

      In questa conclusione risiede il principio d’equivalenza tra gravità e accelerazione:

      Un campo gravitazionale omogeneo è del tutto equivalente ad un sistema di riferimento uniformemente accelerato.

      La teoria generale della relatività deriva direttamente dal principio di equivalenza e permette di ricavare teoricamente le proprietà del campo gravitazionale, la sua influenza sui fenomeni naturali e di formulare le leggi cui obbedisce il campo gravitazionale stesso.

      Il procedimento che porta però alla formulazione di tali leggi impone di abbandonare la concezione comune dello spazio a tre dimensioni; esso diviene, infatti, uno spazio curvo per la cui rappresentazione viene impiegato un diverso sistema di coordinate dette Gaussiane.

      In questo modo il principio di relatività diviene:

      Tutti i sistemi di coordinate sono equivalenti per principio per formulare le leggi generali della natura.

      Einstein giunse grazie alla relatività generale a formulare le leggi sul campo gravitazionale che oggi noi conosciamo.

      Esse soddisfano i postulati formulati dallo stesso Einstein, non violano il principio di conservazione dell’energia e della quantità di moto e inglobano le stesse leggi newtoniane sulla gravitazione.

      Attualmente grazie alla soluzione "dell'equazione di campo" einsteiniana è possibile stabilire, nota la distribuzione di massa, la curvatura spazio-tempo in una determinata regione dell'universo, prevedere la deflessione della luce in prossimità di grandi masse, il moto del perielio delle orbite planetarie e lo spostamento verso il rosso della luce prodotta da sorgenti luminose gravitazionali.

      La dimostrazione delle leggi formulate solo teoricamente da Einstein avvenne intorno al 1960 con l’avvento di strumenti più sofisticati e per questo, mentre la teoria della relatività ristretta costituì subito uno dei pilastri della fisica moderna, fu solo con le grandi scoperte dell’astrofisica che la relatività generale acquistò quel ruolo preminente che oggi le compete.

       

       

      Curiosità:

      Quando Einstein sbarcò negli Stati Uniti, come tutti gli emigrati, ricevette un modulo da compilare. Fra le molte domande cui bisognava rispondere ce n’era una che chiedeva: "A quale razza appartieni?" E lui rispose: "A quella umana"

      Einstein era solito usare banconote di grosso valore come segnalibri. Non portava mai i calzini. Indossava una maglietta con l’effigie di Paperino. Si presentava all’università in cui insegnava infagottato in pantaloni sformati e in un maglione giallo da " venditore di birra". Einstein usava sempre portare una penna infilata nel collo del maglione.

      Einstein aveva ereditato dalla madre l’amore per la musica. Non tutti pensano che fosse un buon violinista, ma quel che è certo è che il violino occupava un posto significativo nella sua vita. Diede concerti a profitto di una delle numerose organizzazioni umanitarie da lui sostenute. Durante i suoi lunghi viaggi amava unirsi con i musicisti che incontrava per suonare in trio o in quartetto.

      I suoi genitori temevano che fosse anormale: infatti riuscì a parlare bene solo a nove anni. Einstein fu espulso dalla scuola di Zurigo con la motivazione che studiava solo ciò che voleva. Sembra che suo padre Hermann avesse una spiccata preferenza per la matematica, ma lasciò gli studi perché suo padre doveva badare ad una famiglia numerosa: forse le capacità del padre si svilupparono nel figlio! 

      Cosa pensava del…pensiero

           Quando, sotto lo stimolo di impressioni sensoriali, affiorano alla memoria certe immagini, questo non è ancora "pensiero". E quando queste immagini formano un insieme di successioni in cui ciascun termine ne richiama un altro, nemmeno questo è ancora "pensiero". Ma quando una certa immagine ricorre in molte di queste successioni, allora – proprio attraverso quest’iterazione – essa diventa un elemento ordinatore, poiché collega tra loro successioni che di per sé non sarebbero collegate. Un elemento simile diventa uno strumento, un concetto. Io ritengo che il passaggio dalla libera associazione, o "sogno", al pensiero sia caratterizzato dalla funzione più o meno dominante che assume in quest’ultimo "concetto". Non è affatto necessario che un concetto sia connesso con un segno riproducibile e riconoscibile coi sensi (una parola); ma quando ciò accade il pensiero diventa comunicabile. Con quale diritto – domanderà il lettore – quest’uomo si serve con tanta rudimentale sicurezza delle sue idee in un campo tanto problematico, e senza fare nemmeno il più piccolo sforzo per dimostrarle? Ecco la mia difesa. Tutti i nostri pensieri hanno questa natura di libero giuoco con i concetti; e la giustificazione di questo giuoco consiste nel maggiore o minore aiuto che esso può dare per raggiungere una visione generale dell’esperienza dei sensi. Il concetto di "verità" non si può ancora applicare a questo meccanismo: secondo me questo concetto può essere preso in considerazione solo quando esiste già un accordo generale (una convenzione) che riguarda gli elementi e le regole del giuoco. Per me non c’è dubbio che il nostro pensiero proceda in massima parte senza far uso di segni (parole), e anzi assai spesso inconsapevolmente. Come può accadere, altrimenti, che noi ci "meravigliamo" di certe esperienze in modo così spontaneo? Questa "meraviglia " si manifesta quando un esperienza entra in conflitto con un mondo di concetti già sufficientemente stabile in noi. Ogniqualvolta sperimentiamo in modo aspro e intenso un simile conflitto, il nostro mondo intellettuale reagisce in modo decisivo. Lo sviluppo di questo mondo intellettuale e in un certo senso una continua fuga dalla "meraviglia". Provai una meraviglia di questo genere all’età di 4 o 5 anni, quando mio padre mi mostrò una bussola. Il fatto che quell’ago si comportasse in quel certo modo non si accordava assolutamente con la natura dei fenomeni che potevano trovar posto nel mio mondo concettuale di allora, tutto basato sull’esperienza diretta del "toccare". Ricordo ancora – o almeno mi sembra di ricordare – che questa esperienza mi fece un impressione durevole e profonda. DIETRO ALLE COSE DOVEVA ESSERCI UN CHE DI PROFONDAMENTE NASCOSTO.

      Tratto dall’autobiografia scientifica di Albert Einstein